lunedì 31 dicembre 2012

Ay Ngoda oo





Corri Filippo e guarda. Il Signore ti chiama ad alta voce. Corri veloce per vedere cosa ha fatto per te!

               Cantano a squarciagola i bambini di Silambi 2, il villaggio dove ho celebrato il Natale e il saluto finale a Moissala. Non finivano più di cantare la mattina presto del 25. Brividi sulla pelle e un grande grazie a Dio per tre anni intensissimi di vita, volti, incontri, riunioni, feste, programmi, sogni, sconfitte, pianti. Vita insomma! Le donne gridano all’impazzata e vengono a salutarmi. Ci abbracciamo forte ( cosa che in pubblico sarebbe vietata!). Nessuna lacrima, solo gioia di esserci incontrati. E “Non ci si incontra mai per caso” mi diceva una volta un amico missionario. Che continuava: “Noi siamo i volti della gente che abbiamo incontrato”. Oggi sono un po’ più africano e meno europeo. Forse un po’ più umano. Magari un pò più fratello universale. Grazie a Dio, all’Africa, a Moissala, alla mia gente.
               Le emozioni alle stelle, come il 23 a Moissala centro: messa finale con danze che non terminano più. Gli amici sono venuti dai villaggi con polli, miglio, manioca per salutare il loro amico Loba Loba. Il 24 notte la messa sempre a Silambi 2 al chiaro di luna sotto le piante. Ho detto alla gente che non sarebbe stato Natale se il nostro vescovo Michele Russo non fosse stato lasciato libero di rientrare in Ciad. Non sapevo che poche ore prima il presidente aveva annunciato il suo ritorno. Ma non è ancora Natale quando gli allevatori entrano nei campi dei contadini con i buoi. Quando i bambini schiavi sono costretti a inseguire i buoi tutta una vita o finiscono al soldo di qualche signore in capitale. Quando le bambine sono vittime della mutilazione genitale femminile. Quando i proventi del petrolio non sono redistrubuiti in servizi alla popolazione (scuole e ospedali, strade, infrastrutture…e formazione di personale medico, insegnanti, leaders). Quando le varie etnie del paese si guardano in cagnesco e preparano i prossimi scontri. Quando nel vicino Centrafrica il paese è allo stremo in mano ai ribelli che hanno preso il nord e che ora puntano sulla capitale Bangui.Quando la guerra continua in Congo e i conflitti in Nigeria e Mali.
               Ma sì è Natale quando insieme facciamo festa e ringraziamo di 3 anni indimenticabili vissuti assieme. Di un Dio che si fa volto in noi e ci fa sentire fratelli. Oltre il colore della pelle e le altre barriere che noi siamo bravissimi a tirar su. E Lui che le continua a spazzarle via...
               Perdonami Dio, perdonatemi amici di Moissala se non vi ho amati abbastanza.
Corri Loba! Corri Moissala! O togsen ba (resistiamo!)

giovedì 13 dicembre 2012

Natale Mbororo



Vegliavano tutta la notte (Lc 2,8)

Rientro a casa dopo due giorni intensissimi nei villaggi per la festa
del raccolto. Incontri, volti, danze, celebrazioni e la gioia di
ringraziare ancora una volta il Dio della vita per il dono della terra
e dei suoi frutti. Sul Toyota 16 sacchi di miglio che la nostra gente
mette in comune per il funzionamento della comunità cristiana. Resta
però il fiume da attraversare. Prendo allora le misure e infilo le
ruote sul ponte del BAC, una specie di traghetto di eredità coloniale.
Il peso ci affonda nella sabbia della riva e rischio di finire nel
fiume. Completamente bloccato, non resta che scaricare i sacchi.
Dakour, il conduttore del BAC, viene ad aiutarmi e con grande
pazienza, sudore e fatica liberiamo il Toyota. Ma per ripartire
all’altra riva dobbiamo ricaricare il miglio rimasto sulla sabbia. Ci
mettiamo sotto e ne riportiamo 5 in salvo. Ma poi non ce la facciamo
più. Scoraggiati e distrutti osserviamo il sole che cade
all’orizzonte. Che fare? Chi potrà aiutarci? Non c’è in giro nessuno.
Il telefono non prende e non riesco ad avvertire gli amici.
Quando tutto sembra impossibile, spuntano gli imprevisti pastori
Mbororo, nomadi dai tratti molto belli che inseguono il bestiame
dappertutto. Dal deserto del Sahara fino in Centrafrica, Nigeria,
Camerun, Congo. Sono giunti al fiume per lasciare che le bestie si
dissetino in attesa di ripartire. Giovanissimi e sorridenti si
avvicinano. Senza dire una parola cominciano a prendere i sacchi che
restano e in un attimo il lavoro è fatto. Non chiedono una lira, si
divertono come matti a salire e scendere dal ponte del BAC. Qualcuno
fa il bagno mentre altri bevono l’acqua del fiume. I bambini hanno
paura e scappano quando cerco di avvicinarmi. Li saluto e li ringrazio
tanto. I miei amici pastori mi hanno tirato fuori dai pasticci. Mi
hanno dato una Buona Notizia con un aiuto concreto e decisivo.
Loro, i disprezzati dagli altri nomadi “peul” come coloro che non si
lavano e vivono alla macchia. Li incontro infatti in foresta nei
luoghi più impensabili, sotto le loro tende improvvisate di rami,
paglia e teloni di plastica. Vivono in simbiosi con il loro bestiame.
Il quale detta il ritmo di vita: mungitura, pascolo e acqua. Sempre a
contatto con la natura ne conoscono i segreti più profondi: piante e
radici per curarsi, le strade nelle foreste, l’odore e il suono degli
animali. Il latte è tutto per loro. E dalla sua vendita nei mercati
che ricavano il necessario per vivere. In un modo molto semplice ed
essenziale. Sempre in cammino. Senza barriere, odiano recinti, legami
e limiti davanti a sé. Amano la libertà e il culto della bellezza. Le
donne si ornano i capelli con collane e monili lungo le curatissime
trecce. Grossi braccialetti e orecchini ricamano braccia, dita,
orecchie e naso. Sul viso, la fronte, le braccia tatuaggi
evidentissimi scolpiscono i lineamenti. Anche gli uomini curano molto
la loro persona e nella stagione secca partecipano in foresta al
concorso di bellezza. Con le donne in giuria. Sfiorati dall’islam gli
Mbororo mantengono la loro religione tradizionale fondata sul culto
degli antenati e la credenza negli spiriti. Nella loro organizzazione
sociale non c’è gerarchia. Il capo del clan dà solo consigli e il suo
potere è basato sull’autorità morale. Sono molto rispettosi dei campi
degli agricoltori. Gli Mbororo non entrano mai, con la mandrie, nei
terreni coltivati.
Il mio Natale quest’anno sono loro. Il Dio che viene a spiazzarmi
ancora e a rialzarmi quando mi sentivo senza speranza. Non lontano
dalla Pasqua: un intreccio di passione, morte e resurrezione. “ Credo
nel Dio crocifisso, non in quello della poesia del presepe ” mi disse
una volta un amico monaco.
Chi se l’aspettava che proprio dei pastori al di fuori di ogni logica
e contesto sociale (non vanno a scuola, non hanno una cittadinanza e
una residenza, non sono iscritti in qualche registro delle nascite,
per lo Stato non esistono!!) venissero spontaneamente a darmi la buona
e concreta notizia che la solidarietà è ancora possibile? Che
l’umanità di farsi incontro a chi è in difficoltà è ancora attuale?
Che la sensibilità verso chi soffre esiste ancora? Che c’è ancora chi
veglia, in questo pazzo mondo che a volte ci sembra andare a rotoli,
nelle notti buie della desolazione, della crisi e dello smarrimento?
C’è ancora un incontenibile speranza che viene dal basso, da coloro
che non contano per nessuno, se non per Dio, e che neppure esistono,
se non nelle ricerche di qualche antropologo. Sono gli ultimi del
mondo che salveranno il pianeta Terra! E ribalteranno i potenti dai
troni…
Ecco il mio Natale! Imprevisto, bello, spontaneo. Dio nasce ancora
laddove i fratelli e sorelle, che non si conoscono, si prendono per
mano. E si rialzano insieme.
Dal traghetto che mi riporta a casa saluto i miei nuovi amici che
alzano le mani assiepati lungo la riva e lanciano urla di gioia.
Grazie fratelli e sorelle Mbororo! Voi che, liberi da tante
sovrastrutture, vegliate sulle sorti  dell’umanità ferita. Teniamo
insieme alto il sogno.
Padre della vita, bene-dici e bene-fai al popolo Mbororo
e a tutti i popoli impoveriti della terra

Buon Natale Mbororo a tutti,
p. Filo, Loba Loba
P.S. Da gennaio mi trasferisco in capitale, a N’Djamena, per studiare
l’arabo in vista della prossima destinazione ad Abeché, la città-faro
dell’islam al nord-est del Ciad. La Missione continua…Inshallah!

lunedì 3 dicembre 2012

Irruzione di Dio...liberazione dell'Uomo



Con un piccolo gruppo di 30 laici ci siamo ritrovati a Moissala per la
due giorni di formazione sulla prevenzione delle malattie e dell’Aids.
Si tratta del nostro Comitato Ammalati e Cellula AIDS. Nel gruppo
qualche giovani, donne impegnate soprattutto e pochi uomini, che
provano a darsi da fare per visitare, sostenere e accompagnare i
nostri fratelli e sorelle più deboli.
Il venerdì mattina il dottor Patrick dell’ospedale di Moissala ha
tenuto una conferenza molto bella e incisiva su alcuni aspetti che
indeboliscono la nostra gente. Dopo 8 mesi di assenza di medici,
finalmente possiamo contare su un giovane ciadiano che ha studiato in
Guinea e che sembra all’altezza della situazione. Molto disponibile e
concreto. Ha trattato con competenza i ritardi che rendono impossibili
le cure per la nostra gente. Sono dovuti al ricorso alla medicina
tradizionale con infusioni e radici, la difficoltà delle strade, la
lontananza dei dispensari e ospedali e, nel caso delle donne, il
permesso da chiedere (per via della tradizione!) agli uomini. Ha
sollecitato tutti gli ammalati a correre all’ospedale senza perdere
tempo. Poi una carrellata di informazioni su Aids e poliomelite. Con
le vaccinazioni e la sensibilizzazione siamo passati in Ciad da 132
casi di polio nel 2011 a soli 5 nel 2012! Solo due anni fa si
registravano a Moissala il 12% di sieropositivi! Un enormità, tenendo
in conto quanti, troppi, non fanno il test e non si curano. Oggi siamo
a meno del 10%. Qualcosa si muove. Grazie al lavoro di tutti. La
nostra Cellula Aids percorre i villaggi organizzando incontri con la
popolazione per spiegare la malattia e dare consigli per combatterla.
Un piccolo grande lavoro di rete!

La mattinata è terminata con un approfondimento sulla malnutrizione.
“Una vergogna!” ha gridato il dottore. Nel sud ci sono acqua e cibo (
scarseggia all’inizio dei primi raccolti) e i bambini sono l’ultima
ruota del carro. Mangiano gli avanzi degli adulti e mostrano chiari
segni di scompensi alimentari. I genitori non si preoccupano di far
pervenire loro arachidi, carne, fagioli, soia che possano davvero
nutrirli. Sempre e soltanto la polenta di miglio rosso, se resta, e la
salsa con un po’ di zucchine. Per questo abbiamo riletto assieme la
pagina del Vangelo di Marco (Mc 9,33-37) in cui Gesù mette al centro
un bambino per spiegare con un gesto chi sono i più grandi: i piccoli,
gli indifesi, i derelitti della storia. Abbiamo ribadito con forza il
coraggio di fare una rivoluzione culturale. Basterebbe dare prima da
mangiare ai bimbi ed è fatta! Anche Gesù di Nazaret ha lottato
duramente contro la tradizione e la legge del suo tempo che metteva
prima le regole delle persone…e noi cristiani? Ci accontentiamo solo
di uno pseudo-cristianesimo all’acqua di rose? Che battaglie da ste
parti! E non solo qui…

Il pomeriggio lavori di gruppo per riprendere tutti i consigli pratici
della mattinata. Poi la giornata mondiale dei malati di Aids, il
sabato 1 dicembre, festeggiata con loro. Incontro biblico e consegne
pratiche per il nostro lavoro di sensibilizzazione, prevenzione e
accompagnamento degli ammalati. Quindi riso e pesce per tutti. Anche
per chi non si può muovere da casa. Caricate due pentoloni sulla
macchina abbiamo fatto il tour degli ammalati per incontrarli, dare
loro un po’ di cibo, due chiacchiere. Qualcuno chiedeva la confessione
e l’unzione dei malati. L’equipe itinerante ha continuato il tragitto
senza sosta fino al tramonto.

Intanto questa mattina ho accompagnato Mathias e Christine al centro
dei disabili di Doba, “Lo Nja tar”. Resteranno due settimane per la
formazione e rientreranno per organizzare il lavoro di accompagnamento
di tutti i disabili della nostra vasta parrocchia. Per camminare, o
provare a mettersi in piedi, con gli ultimi. La missione continua
all’inizio dell’Avvento, sulle strade polverose di Moissala e del
mondo. In attesa dell’irruzione completa di Dio ( qui è tutti i
giorni!) nella vicenda umana. E della liberazione dell’Uomo…

mercoledì 28 novembre 2012

Missione oltre





Rispondo all'amico Fausto che mi chiedeva cosa mi spinge oltre..

perché, che cosa spinge, sollecita Filo ad andare in questa direzione? In quest’alba che avanza mi sembra di intravedere in te questo richiamo, questa vocazione della storia umana. Tradotto in termini più semplici: Filo vuole uscire dai confini angusti del mondo occidentale; sente il richiamo di qualcosa di più ampio, più abrangente. Forse per ora si tratta di una intuizione e, cammin facendo, emergeranno le ragioni di questo desiderio di avanzamento verso un “più uomo, più umanità”…

Mi spinge Gesù di Nazaret, lui che ha camminato sempre oltre barriere, ostacoli, tradizione escludente, legge che mette l’uomo sotto la soglia della dignità. Missione è osare la nuova umanità come lui l’uomo di Galilea ha fatto. Senza guardare religione, provenienza, sesso, pelle, idee. Guardando soltanto l’Uomo. Mi spinge l’amore di Dio senza confini per ogni creatura.

Mi spinge il Vangelo, la buona notizia per gli uomini e donne di oggi. E nell’oggi del nostro mondo sento urgente l’incontro, l’amicizia, il rispetto, la conoscenza, il condividere la vita con i fratelli e sorelle musulmani. O ci incontriamo e diventiamo amici o il mondo va verso lo scontro totale. La sento come la profezia dell’oggi di Dio. La buona notizia che il mondo attende. Uno spiraglio verso cieli nuovi e terre nuove.

Mi spingono gli impoveriti e depauperati della nostra storia. Dopo 30 anni di guerre e ribellioni intestine e devastanti la gente qui in Ciad vuole pace, giustizia e riconciliazione. E la pace da ste parti parte dal costruire relazioni vere di fratellanza universale tra diversi. Anche e soprattutto per religione. Per gustare e vivere la “convivialità delle differenze” alla Tonino Bello.

Utopia? Isola che non c’è?

 Un po’ sì perché ancora quel luogo di pace è molto da costruire, programmare, sognare, sudare, spenderci la vita.

Un po’ no, perché il sogno di Dio cammina da tempo sulle gambe dei suoi pazzi inseguitori. Teste calde che provano ad andare oltre.

Oggi é urgente follia profetica, quella del Vangelo della nonviolenza che fa andare oltre ogni steccato per porgere mani, guance, volti, abbracci e camminare insieme verso il Padre-Madre di tutti e il suo Regno di giustizia e pace.

Missione uomo






Ricevo questo preziosissimo scritto da Fausto, amico e fratello nel cammino,
 per riprendere assieme il filo della riflessione sulla missione


Carissimo,

tutta la notte ho sognato (o ero desto?) di discutere animatamente con Dio. Oggetto del contendere: se ci sono voluti due milioni di anni per “fare” l’homo sapiens; se qs uomo ha attraversato glaciazioni, estinzione di dinosauri ed altri animali più forti di lui; se ci sono voluti duemila anni di religioni monoteiste; se ci sono voluti due (dicesi due, non una!) macelli mondiali per arrivare a mettere insieme, codificare, proclamare di fronte alla storia i diritti inalienabili dell’Uomo, quanti ce ne vorranno per arrivare alla “Dichiarazione dei diritti dei POPOLI”?

Ma non contano proprio niente i popoli sulla bilancia della finanza internazionale, sull’altare delle culture e delle religioni? Non sono soggetti, individui, con il loro volto, le loro tradizioni, saggezze ancestrali, valori, ecc. ecc.? Un popolo non ha forse una fisionomia, delle impronte digitali, un’anima (per così dire) come un individuo lo riteniamo unico proprio in base a quelle caratteristiche?

La storia non ci porta sulla soglia di un nuovo avvenire? Altro che scontro di civiltà, nuove invasioni barbariche da tutti i sud del pianeta! La globalizzazione non è forse la nuova “rivelazione” dell’uomo all’uomo? Non è l’uomo che rompe il guscio, perché vuole uscire dalla pelle dell’individualismo, del provincialismo, del nazionalismo per nascere all’universo come “uomo di tutti, uomo per tutti”?

La decadenza dell’occidente non è ascrivibile, tra l’altro, anche a questa non presa di coscienza, immaturità storica, cecità culturale e religiosa?

Insomma: fino a quando concepiremo il mondo in termini di nord, sud, oriente, occidente, come potremo uscire dalla palude dei campanili, dei minareti, degli stupa (templi orientali)? O l’umanità fa un salto di qualità o potrà avere un futuro? I nazionalismi sono una gabbia, che imprigiona lo spirito umano. E anche una trappola, una tagliola che ci impedisce di camminare verso un mondo nuovo, di cui non possiamo più farne a meno. Tutti i conflitti, lotte di religione, guerre commerciali e finanziarie, battaglie per le risorse, l’acqua, l’energia, il cibo, potranno essere affrontati con dogane, frontiere, passaporti, ideologie e religioni particolariste?

Fino a quando subiremo l’oltraggio all’intelligenza, che il deterrente nucleare è l’unica maniera per non annientare, annientandosi? Il famoso “muoia Sansone e tutti i filistei”.
Vedi, Filo?

Da quando mi hai messo a parte del tuo desiderio, aspirazione di immergerti nel mondo islamico, dentro di me ha cominciato a serpeggiare una domanda: perché, che cosa spinge, sollecita Filo ad andare in questa direzione? In quest’alba che avanza mi sembra di intravedere in te questo richiamo, questa vocazione della storia umana. Tradotto in termini più semplici: Filo vuole uscire dai confini angusti del mondo occidentale; sente il richiamo di qualcosa di più ampio, più abrangente. Forse per ora si tratta di una intuizione e, cammin facendo, emergeranno le ragioni di questo desiderio di avanzamento verso un “più uomo, più umanità”…

Ed io me la prendo sempre con Dio… con chi altri, se non con l’autore del capolavoro della creazione? Con chi altri se non con quella religione, che vanta il diritto di aver dato carne e sangue al suo “genitore”?

Credo ci siano dei sintomi importanti che segnano il cammino dell’umanità. Li enumero per poterli, un giorno, approfondire:
globalizzazione
miscenizzazione delle razze/culture
grabbing land
fallimento delle religioni

Per ora abbiti qs poca materia prima per proseguire il discorso sulla missione.
O è MISSIONE/UOMO o siamo fuori dalla storia, ecc.

lunedì 26 novembre 2012

Chiesa del futuro



Ho sollevato il corpo e sangue di Gesù di Nazaret nella piccola
cappella a Guira. Era la messa dei giovani. Stiamo celebrando in tutte
le comunità per animare i ragazzi a partecipare al Forum Nazionale dei
giovani a Moundou a fine anno.

Dopo un incontro biblico sul primo capitolo del Vangelo di Marco con
buona partecipazione e condivisione dei ragazzi abbiamo cominciato la
celebrazione dell’Eucarestia. La piccola capanna trasformata in
cappella era piena ricolma. Canti e danze che non finiscono. Poi verso
la fine un immagine che mi è rimasta scolpita.

Le mie mani che prendono il corpo e sangue di Gesù per mostrali ai
giovani. Un silenzio incredibile. Ormai tutto buio con la sola luce
soffusa di una lampada. Al centro Lui. Sotto la paglia della capanna,
attorno ai banchi fatti con rami di alberi. Le stuoie dove si siedono
le donne. I bambini che si affacciano dalle finestrelle in mattoni
cotti al sole.

Mi sono immerso per un attimo nel “sogno di Dio”: una Chiesa povera,
come voleva Giovanni XXIII e non solo dei poveri. Una Chiesa che osa
mettere al centro Gesù di Nazaret e il gesto supremo dell’amore:
l’Eucarestia. Dello spezzarsi per l’umanità. Una Chiesa di giovani,
semplici e dal futuro tutto da inventare. Una Chiesa fatta di
“irregolari” come molti dei nostri ragazzi secondo i dettami delle
regole ecclesiastiche e del diritto canonico. Una Chiesa dalle porte
aperte, come quelle delle nostre cappelle di brousse (dei villaggi).
Non solo perché di lamiera e barcollanti, ma perché non vogliono
escludere nessuno. Una Chiesa che si fonda sul Vangelo. Non a caso
giriamo per i villaggi per condividere prima la Parola e poi
celebrarla. E i giovani si sentono rinascere quando la Parola la
spezziamo insieme. Una Chiesa di eguali. Dove i laici sono
protagonisti! Una Chiesa che si ritrova a festeggiare e mangiare
assieme nelle stesso piatto. Come abbiamo fatto alla fine della messa.
Tutti attorno alla “buole” la polenta di miglio bianco preparata con
salsa di pesce. Una Chiesa staccata dai soldi e aggrappata alla croce!
Una Chiesa dove i responsabili si rifanno continuamente ai primi
discepoli pescatori e non agli orpelli, privilegi e ori dei seguaci
dell’impero. Una Chiesa davvero missionaria con lo sguardo alto verso
l’umanità. In particolare quella ferita, umiliata, oppressa dal
sistema neoliberista dominante.

Questa è la Chiesa nella quale proviamo a credere! Questa è la Chiesa
del Vaticano II! Vivace, coraggiosa, semplice, profetica, accogliente.
Staccata dal potere e capace di denuncia di ogni ingiustizia e sopruso
“ Cristo è vittima di un ingiustizia e ogni ingiustizia sfida il
cristiano” diceva Lele Ramin. Certo una Chiesa con i suoi mille
difetti, imperfezioni (che bella la teologia dell’imperfezione!),
contraddizioni. Che hanno bisogno di perdono, accoglienza e anche
stimolo per cambiare rotta. Dove nessuno però è escluso.

Per dirla con l’amico Ortensio da Spinetoli nel suo, orami datato,
capolavoro “ Chiesa delle origini, Chiesa del futuro”: “La chiesa del
futuro abbandonerà le vecchie rotte, le stesse sedi del potere (i suoi
palazzi) e si ritirerà nel deserto per uscire rinnovata e purificata,
e per presentarsi alle nazioni non come una loro concorrente o una
loro alleata, ma come l’”ancella dei popoli”.

lunedì 19 novembre 2012

Tarì


Parte alle 4 di mattina dal villaggio di Dansama, a 29 Km da Moissala.
Il che vuol dire che si è svegliata qualche minuto prima per una
lavata alla faccia, mani, braccia e piedi. Di solito la nostra gente
si lava le parti più esposte. L’intimo soltanto ogni tanto, al fiume
o, con calma, la notte lontani da occhi indiscreti. L’alba è ormai
vicina e a me resta ancora una mezzoretta sopra le coperte (sotto è
impossibile col caldo di ste parti!).
Lei è già in viaggio, senza torcia, col rischio di pestare un
serpente. Si chiama “Tari”, che in lingua Mbay significa: “Perché?”.
E’ nata di 6 mesi e i suoi genitori le hanno dato il nome
corrispondente alla loro domanda. “Perché così presto? Perché volevi
uscire a tutti i costi?”. Giovanissima, magra come un chiodo ha
quattro figli da tirar su sola e un marito che è scappato di casa.
Chissà che età ha. I nostri giovani non sanno bene quando sono nati. E
tanti non esistono all’anagrafe dello Stato e del sistema mondo. Che
considera solo chi accumula e consuma.
Non vuole mancare l’appuntamento della vita: la partecipazione al
Forum Nazionale dei Giovani. Fa parte dell’equipe dei giovani di
Moissala, scelti apposta per tale avvenimento di fine anno nella
seconda città del Ciad, a Moundou. Ma deve dare la sua partecipazione
all’evento: 4000fr. CFA (6 euro!) ed è l’ultimo giorno disponibile.
Dopo nove chilometri di cammino, quando ormai il sole spunta ad
oriente trova una carretta che arriva fino al fiume. Sale e si mette
al ritmo dei buoi, delle buche, terra, polvere. Canta con la gente la
sua gioia semplice di un viaggio verso un posto che non ha mai visto.
La maggior parte dei nostri giovani (già con figli e mogli) non sono
mai stati fuori da Moissala e non hanno mai visto altre città.
Attraversa il fiume con la piroga pagando 150 fr.CFA (23 centesimi di
euro). Orami è fatta. Ancora un chilometro fino alla nostra missione.
Arriva verso le 10, trafelata, sudatissima e sporca. Prendiamo insieme
acqua fresca e un po’ di arachidi per ristorare il corpo. Ce l’ha
fatta! Mi dà la sua partecipazione e così è certa di partire a fine
anno con gli altri 9 di Moissala.Si incontrerà con altri giovani
provenienti da tutte le comunità cristiane del Ciad. Per una tre
giorni di incontri, preghiera, celebrazioni, danze, canti. E poi la
fantasia e creatività dei giovani…
Tarì è solo una dei tantissimi giovani che, in tutto il Ciad, provano
un futuro diverso con tutto quello che sono e che hanno. Il sacrificio
di trovare i soldi della partecipazione e dei 58 chilometri (andata e
ritorno) vale la spesa.
La vedo felicissima, con un sorriso che non finisce più. E riparte. La
guardo allontanarsi all’orizzonte e mi chiedo: “Io sarei capace di
tale sacrificio per Dio e i fratelli?” “Io che annuncio il Vangelo
sono capace di viverlo con gesti concreti che comportano sudore,
fatica, sacrifici e passione irresistibile?”.
Come sono lontano e in ritardo. Ma almeno c’è Tarì e tantissimi altri
giovani, che nessuno racconterà mai. Ma che hanno la forza nelle gambe
e nel cuore per spronarci e incoraggiarci a non mollare mai!

lunedì 12 novembre 2012

Madjeudal



La incontro sulla strada la domenica mattina presto. Verso le 6. Sono
in macchina e corro al villaggio di Bekourou dove la comunità
cristiana mi attende per la messa e per la festa del raccolto. Sono in
ritardo e spingo un po’ sull’acceleratore. Poi all’improvviso, nel
villaggio di Gormo, vedo una bici al centro della strada. Suono per
lasciarmi passare. Madjeudal prova a farsi da parte ma c’è troppa
sabbia e cade. La riconosco subito. Scendo e la aiuto a rimettersi in
piedi. La saluto e lei è felice di sentire pronunciato il suo nome. Mi
sorride con il suo sguardo timido. E’ la responsabile della corale di
Satayan, una piccola comunità cristiana. Il suo nome vuol dire in
lingua Mbay “il bene resta sempre”. Tutto un programma. In linea con
il Vangelo!

E’ in viaggio per venire alla festa del raccolto dove tutti i
cristiani contribuiscono, con una parte del raccolto, alla vita di
tutta la comunità cristiana. E’ carica da far paura: dietro, sulla
bici che non sta in piedi (manubrio a pezzi e freni inesistenti), ha
caricato un sacco di arachidi che faccio fatica a prendere in mano.
Mettiamo tutto sulla macchina e partiamo assieme verso la festa. Lei è
felice che non smette di sorridere. Il suo velo coloratissimo, che le
copre la testa, è mosso dal vento. Ma lascia trasparire i suoi bianchi
denti che si rallegrano di uno sforzo in meno da fare.
Arrivati a destinazione scendiamo la bici e il sacco. Poi via alla
messa: tre ore di canti, danze, benedizione dei catecumeni (coloro che
si preparano al battesimo) e il saluto. Annuncio alla gente che a fine
anno parto da Moissala per studiare l’arabo e andare a lavorare al
nord, ad Abeché. La gente sorride. Qualcuno mi dice: “Ti abbiamo
formato noi e ora te ne vai!”. “ E’ vero” rispondo “ora vi appartengo
ed è bello che facciate di me un dono ad un'altra comunità ancora più
isolata, ai margini del deserto, dentro il mondo islamico”. Si
possiede solo ciò che si dona. Il resto ci possiede.

Madjeudal sorride ancora. Lei dal volto bellissimo, la lunga gonna
rossa, la maglia gialla e verde e il velo coloratissimo che portano le
donne arabe. Un presagio per la mia nuova missione. Lei che, nel suo
piccolo, cammina a testa alta verso l’avvenire di un paese che ancora
stenta a decollare. Lei che, giovanissima e con già due figli,
contribuisce con tutto quello che è e che può alla vita di una
comunità cristiana piccola, fragile, tipo quelle degli Atti degli
apostoli. Lei che porta in sogno un oggi diverso per i suoi figli, la
nostra Chiesa e il nostro Ciad. Il domani è ancora troppo lontano e
troppo un lusso da ste parti.

venerdì 9 novembre 2012

Rientrando a casa...






In volo ho pregato molto per tutte le persone e situazioni che ho incontrato in Italia. Il dialogo con Dio ha una forza che ci fa andare oltre le nostre possibilità e attese. Non solo a certe altezze…anzi quando la preghiera si fa carne e vita nei sottofondi della storia assume una forza tale da ribaltare il mondo e scaravoltare le montagne. 

Quindi la discesa su N’Djamena. Già scendere dall’aereo è sentire l’Africa. Con il suo caldo e i suoi odori. In aeroporto i confratelli a prendermi e la voglia matta di raccontarci questo tempo che Dio ci ha regalato.

Quindi una riunione con amici italiani e via verso il sud. In macchina con Fabio, prete di Vicenza e Cecilia, suora francescana, ci siamo raccontati un po’ di vita. Mi chiedevano: “ Che effetto ti fa tornare e rivedere le case coi tetti in paglia?” Un effetto che disarma, fa rabbia, fa ribollire dentro. Fino a quando continueremo così nel mondo? Gli abissi crescono nel mondo della globalizzazione e dei diritti umani! Siamo seduti sulla ricchezza incalcolabile del petrolio. E la nostra gente vive nella miseria nera. Quella che non dà una dignità minima alla vita. E’ anche vero, per onore alla verità, che la nostra gente è bloccata da una tradizione schiacciante. Chi ha due soldi in mano deve condividerli con tutti. Chi ha una casa migliore degli altri è invidiato da tutti. Al punto che ti fanno la vita impossibile. La nostra gente del sud è invidiosissima. La gelosia straripa. Ecco perché non riescono ad organizzare il lavoro in cooperative di produzione e commercializzazione. Ecco perché non si organizzano per difendere i campi dagli allevatori. Ecco perché rimangono nella miseria nera. Certo sono espropriati e impoveriti da un sistema internazionale (la dittatura della finanza e del denaro! In combutta con i politici corrotti locali) che tiene il paese in ginocchio. Un insieme di elementi cha fa male dentro…

Mi trovo ora, non a caso, a Doba, proprio a due passi dalla stanza di padre Michele Russo, cacciato ormai 25 giorni fa dal paese per aver parlato troppo. Proprio sul petrolio! Tutti qui lo attendono, ma la parole d’ordine è SILENZIO. Ci sarebbe da ribellarsi e invece tutto tace. Il silenzio aiuta certo in certi frangenti della vita, ma mai e poi mai se si fa complice dell’ingiustizia! Parleranno le pietre!

Domani riparto a Moissala e la sera, inshallah, sarò già nei villaggi. Ho una voglia matta di ritornare tra la mia gente al ritmo del Loba Loba.

La missione continua, Dio e il suo Spirito non hanno mai terminato la creazione. Che continua verso un mondo finalmente fraterno e giusto che sta a noi costruire ogni giorno nel nostro piccolo e straordinario quotidiano. Con le mani e i piedi nella mischia locale. Con il cuore e la testa che battono e guardano oltre, verso l’orizzonte globale.

Il Regno di giustizia e pace, quello a cui aneliamo tutti. Quel sogno che portiamo dentro anche se troppo spesso addormentato e indolenzito. Che deve essere risvegliato e riscoperto per liberare finalmente il meglio di noi a servizio dell’umanità nuova.